[chiusa dell'articolo pubblicato su Il regno del 24 gennaio 1904]
| Pubblicato su: | L'Illustrazione italiana, anno XXXI, fasc. 6, p. 115 | ||
| Data: | 7 febbraio 1904 |

pag.115
Sotto questo titolo, nella nuova e simpatica rivista fiorentina Il Regno, il signor Gio. Papini esamina quattro libri che sono apparsi, in breve volger di tempo, intorno all'Italia contemporanea, quattro libri venuti dalla Francia, dalla Germania, dall'Inghilterra, fatti da giornalisti, da storici, da economisti, da burocratici, ma pieni tutti di una grande simpatia e di una inaspettata ammirazione. Diamo la chiusa dell'interessante articolo.
Alcuni francesi tra i quali troviamo i nomi, cari per noi, di René Bazin, di Charles Dejob e di E. Muntz, hanno composto una monografia completa sull'Italia, ove, accanto a lucidi riassunti della nostra attività passata, si trovano esposti e commentati i fatti e gli indizi della nostra attività presente.
Un tedesco, un ex-sottosegretario di Stato della Prussia, che s'innamorò dell'Italia all'indomani dell'unità, nel 1861, é andato accumulando una copia di notizie su tutte le forme della nostra operosità nazionale e ha pubblicato nel 1899 un libro pieno di simpatia per noi, ch'è, arrivato alla seconda edizione tedesca ed appare ora in italiano.
Due inglesi, Bolton King e Thomas Okey, dopo aver data una delle migliori storie della nostra unità, hanno fatto un libro pieno di cifre, di dati, di finezza e di benevolenza, Italy to-day che ha già avuto due edizioni italiane. E finalmente alcuni italiani, capitanati da Giuseppe Signorini, hanno riunito in un volumetto consolante, dedicato agli Italiani delle colonie, tutti quei nomi, quelle statistiche e quelle indicazioni che fanno vedere come l'Italia nostra, al principio del secolo XX, abbia compiuto, in poco più di quarant'anni, un meraviglioso cammino.
E da tutti questi libri esce non la facondia della facile rettorica patriottarda ma la semplice eloquenza dei dati. Il bilancio assestato tanto da permettere una prossima conversione della rendita, l'esportazione cresciuta da 40 milioni nel 1861 a 1390 nel 1901, lo sviluppo prodigioso d'industrie vecchie come quelle della seta e della lana e il sorgere rigoglioso d'industrie nuove, come quelle del cotone e delle costruzioni marittime, la formazione di nuove Italie transoceaniche, che contano milioni di uomini salpati dalle nostre rive e alle quali una nostra Società, la Dante Alighieri, cerca di non far dimenticare la patria, l'accrescimento parallelo della popolazione e della ricchezza rivelata dalla stessa maggiore insoddisfazione, l'opera enorme della costituzione dell'armata e delle ferrovie, il principio fortunato dell'impossessamento della forza delle acque, Milano ch'è il più grande mercato del mondo per l'industria serica, Genova ch'è prossima a divenire il primo porto del Mediterraneo, Roma che s'è trasformata in trent'anni da cittadina sonnolenta in una grande capitale moderna, sono i segni più appariscenti di questo nuovo rinascimento.
La borghesia italiana, malgrado gli intoppi posti dal governo, le minaccie degli scioperi, la timidezza del capitale sta compiendo la grande opera della trasformazione dell' Italia in un grande paese industriale. Essa ha compreso che per salvarsi dal socialismo il mezzo più sicuro é di accrescere la ricchezza, e i radicali, malgrado le loro presenti dichiarazioni popolari, preparano forse una grande democrazia industriale e imperialista sul tipo di quella che trionfa agli Stati Uniti.
Ed io ho fede che questa rinascita economica preceda di poco una rinascita intellettuale. Già se ne vedono splendere i segni e so di molte giovinezze che in silenzio si preparano a mostrare al mondo una nuova pleiade dì forze rinnovatrici e creatrici. E così come il lanaiolo di Firenze e il mercante di Venezia adunarono le ricchezze che aiutarono la grande esplosione di vita gioiosa e di creazione estetica che fu il Rinascimento, così forse oggi il banchiere di Milano e l'armatore di Genova preparano all'Italia le nuove dovizie alla nuova meraviglia.
Un sogno è questo, o amici, niente più che un sogno. Ma a noi sta il fare che domani io sia stato profeta verace. Abbiamo intanto il poeta che incita. Ora che tace Giosuè Carducci, colui che fu soprattutto poeta nazionale, risuona alta la voce di Gabriele d'Annunzio. Le sue seconde Laudi sono, quasi, una lande intera dell'Italia. E voglia il cielo, o poeta, che non soltanto coll'aratro e la prora ritorni grande la patria che amiamo, ma ben anche col pensiero che crea gli imperi del sogno e colla spada che dà gli imperi della terra!
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